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In un recente articolo pubblicato su JAMA (*), l'autorevole Prof. Ludwig, endocrinologo pediatrico e professore presso Harvard Medical School, pone alcuni interrogativi circa le attuali raccomandazioni dell’American Academy of Pediatrics, dell’US Department of Agriculture e altre società scientifiche,rivolte a tutte le popolazioni, a prescindere dall’età, sul consumo di 3 tazze di latte a basso tenore di grassi al giorno.

Innanzitutto le limitate evidenze scientifiche riguardo l’utilità del latte parzialmente scremato per contrastare l’obesità. Anzi, il latte con meno grassi essendo meno saziante, potrebbe indurre maggiormente ad far assumere insieme anche dei biscotti o a dolcificarlo con zuccheri, con tutti i rischi di aumento dell’obesità e di rischio cardiovascolare che i carboidrati ad alto indice glicemico comportano.

Riguardo il fabbisogno di calcio poi, esso può essere assunto anche da altre fonti alimentari ed inoltre, recenti evidenze scientifiche segnalano che non esiste una relazione tra consumo di latte e rischio di fratture . E’ noto poi che il latte di mucca, essendo un alimento programmato dalla natura per far crescere velocemente un vitello, è ricco di fattori di crescita e di ormoni riproduttivi di origine animale, causate dalla moderne tecniche di allevamento. Ludwig invita a riflettere sul fatto che non sono note le conseguenze sull’uomo della continua esposizione a questi fattori .

CONCLUSIONI
Secondo l’autore, le linee guida per il consumo di latte dovrebbero:

  • Designare un range di accettabilità più ampio, da 0 a 2-3 tazze al giorno, e non dei livelli minimi di raccomandazione
  • Evitare di raccomandare l’utilizzo di latte scremato
  • Focalizzarsi sulla limitazione di latte zuccherato e/o aromatizzato.

(*)JAMAPediatr. 2013 Sep;167(9):788-9.
Three daily servings of reduced-fat milk: an evidence-based recommendation?
Ludwig DS, Willett WC

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Uno degli studi più interessanti presenti in letteratura scientifica sullo spinoso argomento dell’uso degli integratori in età evolutiva, fa riferimento ai dati del National Health and NutritionExaminationSurvey 2007-2010, dove sono state osservate le abitudini e le motivazioni di 8245 infanti/bambini/adolescenti (0-19aa) circa il consumo di integratori alimentari.

Il dato generale è che il 31% dei soggetti assume o ha assunto un integratore almeno una volta nei due mesi precedenti allo studio, senza differenze di prevalenza tra i sessi. Dai dati pare che siano più usati dai ragazzi bianchi non ispanici e da quelli con maggiore livello di attività fisica e migliore condizione socio-economica.
Gli integratori alimentari risultati più utilizzati sono i multivitaminici + multiminerali, seguiti dai soli multivitaminici, Vitamina C, prodotti di origine vegetale e Calcio.

Le motivazioni sull’utilizzo sono principalmente per promuovere, migliorare e mantenere un buono stato di salute, oppure per potenziare le difese immunitarie. In minima parte vengono utilizzati per integrare una dieta, mentre solamente per meno dell’1% vengono utilizzati per specifiche patologie o indicazioni terapeutiche.Quindi il dato preoccupante emerge quando si analizza chi ha indicato l’utilizzo dell’integratore: solamente nel 15% dei casi c’è una reale prescrizione da parte di un “operatore sanitario”, nell’85% dei casi invece vengono assunti su consiglio del genitore, parente, caregiver o da qualche altro soggetto privo di formazione specialistica. In una buona percentuale dei casi, il genitore che assume integratori condiziona il figlio sull’utilizzo degli stessi.
L’utilizzo di supplementi alimentari, da soli, fornisce più della metà dei micronutrienti richiesti dall’organismo nella giornata (ad eccezione del calcio); eccessi di introiti nutrizionali si verificano solo con l’Acido Folico, Zinco e Vitamina A. È opportuno ricordare che solo 2 società scientifiche hanno pubblicato linee guida sull’utilizzo di integratori: American Academy Pediatrics sull’utilizzo di Vitamina D e Ferro a partire dal secondo anno di età, e l’American DentalAssociationCouncilScientific Affairs sull’utilizzo di fluoro per prevenire la carie dentale. La decisione di assumere un integratore alimentare quindi, nella maggior parte dei casi, avviene in maniera arbitraria.

La frequenza di consumo e, soprattutto, l’utilizzo senza l’adeguato consiglio specialistico di questi prodotti in un Paese “cultore della libertà” come gli Stati Uniti, sono segnali che devono mettere in allerta la Comunità scientifica. Sarà un fenomeno solo d’oltreoceano, o anche da noi vale la stessa cosa?

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Nello scorso mese di Ottobre, è stato presentato alla manifestazione “BergamoScienza”, uno studio effettuato da ragazzi delle classi quarte di biotecnologie sanitarie dell’istituto superiore Natta di Milano, riguardante le abitudini alimentari dei loro compagni di 27 istituti superiori durante le ore di ricreazione. Sono usciti fuori i soliti tristi risultati. Il 30% degli studenti superiori non faceva colazione nei giorni di lezione e questo 30% più un altro 20% durante gli intervalli tra le lezioni si recava ai distributori automatici in cerca di qualcosa da mettere nello stomaco. Le patatine ed uno specifico tipo di schiacciatine erano disponibili ovunque e sono risultati i cibi più gettonati, seguiti da vari tipi di bibite zuccherate e acqua minerale. Per fortuna il consumo di quest’ultima sembrerebbe in aumento.

Gli studenti autori dello studio hanno anche proposto delle alternative come prodotti integrali e ricchi di fibre, yogurt da bere e frutta e pare che i loro coetanei presenti alla conferenza di presentazione abbiano manifestato a maggioranza la loro approvazione a tale approccio alternativo alla merenda. Ma a seguire è intervenuto anche un rappresentante di un’azienda specializzata in macchine distributrici, testimoniando che negli anni passati, i tentativi di inserire frutta fresca e yogurt nei distributori erano stati fallimentari poiché tali prodotti risultavano per lo più invenduti. Chi mente?

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